Oggi non ha più senso trascurare le buone teorie che sono state capaci di promuovere un atteggiamento critico in psichiatria – la fenomenologia, e in generale certa filosofia, la psicoanalisi, l’etnopsichiatria, la sociologia, l’analisi storica dei processi anti-istituzionali e le esperienze più proficue dell’antipsichiatria – e continuare invece ad accettare acriticamente la sua deriva scientista con i più retrivi protocolli di medicalizzazione;1 soprattutto non ha più senso tollerare ulteriore disattenzione e superficialità d’analisi verso tutti quei meccanismi di aziendalizzazione e burocratizzazione che sono ormai diventati egemoni in sanità e che hanno ridotto il dibattito sulla salute mentale delle nostre comunità a mere faccende di gestione manageriale dei dipartimenti di psichiatria con il loro corollario di programmazione di budget, contabilità delle prestazioni e raggiungimento degli obiettivi prestabiliti.

Altrimenti si lascia campo libero a quella “ontologia imprenditoriale” che il “realismo capitalista”, come scrive Mark Fisher, tende a imporre con successo, per la quale sono semplicemente ovvi, e come tali indiscutibili, modelli di governo neoliberale della cosa pubblica, che devono gestire tutto, dalla salute all’educazione, come se si trattasse di un’azienda.2 La conseguenza di tale ideologia è quella di indurre una preoccupante incapacità di “pensare” in modo critico la salute mentale, le sue politiche e le sue culture, isolando definitivamente gli operatori che dissentono, gli ultimi figli di Agostino Pirella, e condannandoli a estinguersi in silenzio, senza più generare discendenza e senza più trasmettere saperi.

(Tratto dall’articolo di Mario Colucci intitolato “Gli ultimi figli di Pirella”, aut aut 385, 2020, pp. 68-81)

1 Cfr. P. Di Vittorio, “I vetri rotti e la gaia scienza delle rovine. Un’esperienza di salute mentale in Italia”, in P. Di Vittorio, B. Cavagnero (a cura di), Dopo la legge 180. Testimoni ed esperienze della salute mentale in Italia, Franco Angeli, Milano 2019, pp. 30-31; Équipe CVNS (a cura di), “Le parole degli altri. Conversazione con Mario Colucci e Francesco Stoppa”, ivi, pp. 185-204. Cfr. anche M. Colucci, “Le buone pratiche e le buone teorie: note su deistituzionalizzazione e riflessione critica”, in S. Sambati, B. Saraceno (a cura di), Istituzioni e conflitti, Il Saggiatore, Milano 2019, pp. 31-51.

2 Cfr. M Fisher, Realismo capitalista (2009), trad. di V. Mattioli, Nero, Roma 2018, p. 51. Cfr. anche F. Stoppa, Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità, Vita e Pensiero, Milano 2014.

Pubblicazione blog 07/07/2020