Nella bella lezione dal titolo L’isteria, un godimento tra corpo e parola” Antonella Gallo1, psicoanalista della Scuola EPFCL, afferma: “L’isterica, nelle relazioni, può dare, almeno in un primo momento, tutta se stessa, diventando la serva del padrone di turno, che crede le possa dimostrare l’esistenza del rapporto sessuale, dell’amore assoluto e completo. Lacan dice che per l’isterica non c’è ancora rapporto sessuale, mettendo in luce con “quest’ancora” la fede nell’esistenza di qualcuno che dimostri che da due si possa arrivare ad un Uno.

L’oblatività e il vassallaggio dimostrati, tuttavia, sono solo apparenti, una strategia per diventare indispensabili e insostituibili al partner, l’oggetto agalmatico di cui non si possa fare più a meno, in altre parole, si vuole un padrone, ma “un padrone su cui regnare”. L’isterico è il soggetto diviso, in altri termini, l’inconscio in esercizio, che mette il padrone con le spalle al muro sfidandolo a produrre un sapere. (J.Lacan Radiofonia in Altri Scritti, pg.433).

Subito, per associazione, mi è venuto alla mente il film di Hitchcock Spellbound tradotto in italiano con Io ti salverò.2

La dottoressa Costanza Petersen lavora in una clinica psichiatrica (Green Manors, ossia Villa Verde) diretta dal dottor Murchison, che sta per andare in pensione anticipata a causa di un esaurimento nervoso e che dev’essere sostituito dal dottor Antonio Edwardes. Il dottore che arriva alla clinica, tuttavia, si scoprirà essere John Ballantyne, un giovane che soffre d’amnesia e che si sospetta sia l’assassino del vero dottor Edwardes.

John Ballantyne è affetto da una strana fobia a seguito della quale perde i sensi vedendo linee scure parallele su fondo bianco. La dottoressa Petersen, colta da un colpo di fulmine, s’innamora di lui e cercherà, anche con l’aiuto del dottor Brulov, suo vecchio professore di psicanalisi, di rivelarne l’identità e di scoprire il vero assassino del dottor Edwardes. (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

Cominciamo dal titolo: Spellbound significa incantato, ammaliato. Al punto tale da essere concentrato su un unico interesse, che in questo caso è quello della dottoressa Petersen per John Ballantyne, alias presunto dott.Edwardes.

Lo sdoppiamento della figura dello psichiatra è fondamentale per unire il transfert sull’autore del libro “Il labirinto del complesso di colpevolezza”, di cui la protagonista aveva letto tutti i libri e l’innamoramento per il bel giovanotto con la fobia delle righe scure su un campo bianco, che rappresenta il nocciolo del suo trauma infantile (l’uccisione involontaria del suo piccolo fratello).

Tradotto in italiano con Io ti salverò l’accento è messo piuttosto sull’impresa da parte della psicoanalista per scoprire l’enigma dell’amnesia del suo paziente- direttore di Villa Verde. Su questo punto si dipana il percorso “analitico” in cui il transfert come amore prende piuttosto la piega del transfert come desiderio di sapere fino al punto da inseguire l’amato a New York e condurlo dal suo supervisore, l’ottimo dr. Brulov, che nel doppiaggio parla come il vecchietto del West. Nel ruolo del dottor Brulov recita Michael Chekhov – nipote dello scrittore Anton Chekhov – grande attore di teatro e maestro di recitazione di molte star di Hollywood, fra cui anche i due protagonisti del film.

Lo stesso Hitchcock definì il film «…una storia di caccia all’uomo presentata in un involucro di pseudo-psicanalisi», dunque ben conscio di non riportare un’esperienza analitica, tecnicamente ineccepibile, ma quella che, attraverso la Traumdeutung di Freud, aveva ispirato fortemente i fautori del Surrealismo, a cominciare da Andrè Breton. La creazione del film generò un’aspra discussione tra il regista e il produttore, David O. Selznick che aveva firmato un contratto con Hitchcock e voleva che egli girasse un film basato sulle conoscenze di Selznick stesso nell’ambito della psicoanalisi. In più, il produttore portò la sua psichiatra sul set per avere consigli tecnici. La donna e Hitchcock ebbero frequenti scontri.

La colonna sonora dopo una lunga overture composta dalla musica di Miklos Ròzsa, termina con una exit music che riprende i temi musicali, che si alternano a melodie romantiche, alternati a motivi e a pezzi drammatici, in perfetto stile holliwoodiano anni quaranta. Il compositore fece un uso interessante del theremin, uno strumento musicale elettronico.

Il regista annuncia il tema del film in questo modo: “La nostra storia si occupa della psicoanalisi, il metodo col quale la scienza moderna tratta i problemi emotivi delle persone sane. L’analista cerca solo d’indurre il paziente a parlare dei suoi problemi nascosti, per aprire le porte serrate della sua mente. Una volta che i complessi che disturbano il paziente sono scoperti e interpretati, la malattia e la confusione scompaiono…. e i demoni dell’irragionevolezza sono scacciati dall’anima umana».

Come si vede l’interpretazione di Hitchcock della psicoanalisi propende per il metodo investigativo, in cui conta molto l’abilità e l’ostinazione del detective, come ci mostra la dottoressa Peterson. Il tema analitico ricorrente del regista sono la colpa e la confessione, elementi della sua filmografia. Un dettaglio sulle porte serrate, cui allude l’introduzione. Dopo il primo bacio tra lei e John, compaiono in successione le immagini di sette porte che si aprono una dietro l’altra, metafora dell’apertura della mente stimolata dalla passione.

I dettagli presentati dai dialoghi e dalle immagini sono moltissimi nella trama del racconto e vi invito a raccoglierli, rivedendo la proiezione come un esercizio di stile e d’intreccio che alla fine risulterà chiaro nello svelamento del vero assassino. Ma ancor più chiari mi paiono i due argomenti prediletti dal regista: l’interpretazione del sogno di Ballantyne, compiuto dalla coppia analista-supervisore e la questione dell’isteria, ripresa secondo me sia come traccia patologica che come metodo d’indagine. Lacan assimila il discorso dell’isterica a quello della scienza.

Riprendo nuovamente la dott.ssa Gallo “Il discorso isterico si oppone sia al discorso del padrone sia a quello universitario, non accettando ne’ il comando del maître ne’ il sapere anonimo dell’universitario che vogliono imporre una sorta di globalizzazione identitaria. Infatti punta alla verità, alla sua verità individuale, cioè a quella che svela il proprio essere, del sesso e dell’esistenza. Per questo l’esperienza analitica mira all’isterizzazione del discorso dell’analizzante.

Il discorso isterico non è il discorso dell’acquiescenza, della compiacenza, ma della dissidenza, in cui ciò che conta è la difesa della propria singolarità. Proprio come la dott.ssa Peterson, in cui l’intuizione del regista affida il duplice compito della sua attraente bellezza, unita e superata dall’ostinazione della sua ricerca del trauma del bel giovanotto, interpretato da Gregory Peck. Il quale, ditemi se sbaglio, è si affetto da una fobia (le strisce nere su campo bianco) con conseguente attacco di panico, a cui segue una corposa perdita di conoscenza. Non è forse anch’egli un calzante esempio di isteria maschile, cui il senso di colpa produce uno stato depressivo e una follia omicida? Imperdibile la scena in cui di notte scende le scale con un rasoio in mano e viene steso dal dottor Brulov con un bicchiere di latte contenente una dose massiccia di bromuro da stendere un cavallo. Psicoterapia e farmaci, per prevenire passaggi all’atto tendenzialmente pericolosi.

E veniamo al sogno, illustrato dalle bellissime immagini in sequenza di Salvador Dalì. La scelta di Dalì, del pittore surrealista, che si autodiagnosticava “una paranoia critica” attraverso la sua opera artistica. Notevole e direi attualissima la rappresentazione dell’inconscio nel sogno. Non si tratta di trasferire un’immagine come simbolo nel suo significato, che rimarrebbe limitato ad una “spiegazione”: la ruota del sogno che il personaggio perde dal tetto spiovente diventa la pistola in connessione formale con gli orologi molli del quadro di Dalì, che rappresentano u tempo sospeso. Il racconto procede come una catena significante in cui la dimensione metaforica-metonimica è data dalla connessione narrativa: la successione di quest’ultima diventa un testo in cui il protagonista ripercorre la propria storia traumatica. Come direbbe Lacan la “istorizza”, entrando veramente in una narrazione che adesso si fa interpretazione, grazie all’intervento congiunto della psicoanalista e dello psichiatra. Temo che l’artista, vedesse più lontano della consulente gentilmente messa a disposizione del produttore.

La ragione di questa scelta ‘artistica’ dell’inconscio la spiega Hitchcock stesso quando afferma che non voleva più presentare i sogni “con la nebbia che confonde i contorni delle immagini o lo schermo stesso che trema” ma con “tratti netti e chiari, contorni taglienti e immagini piene di luce”, come appunto nei quadri di Dali o di De Chirico. L’inconscio quindi non come la nebbia dei sobborghi di Londra in cui si aggira Jack lo squartatore, ma come un evento che irrompe sulla scena, e fa irruzione nel reale del soggetto. Si veda la bellissima scena di un altro film “Intrigo internazionale” (1959), in cui Cary Grant, l’agente pubblicitario coinvolto in un complotto e sospettato di omicidio, si aggira, credendosi in salvo, in un campo di mais, in pieno giorno, con un sole e una luce sparata. All’improvviso arriva alle sue spalle un aereo con il suo persecutore volante, rompendo l’assordante silenzio della campagna circostante. L’aereo si schianterà contro un’autocisterna.

Un’ultima notazione sulla scena finale: la pistola del vero omicida che lentamente passa dal puntare la dottoressa che aveva scoperto la verità, verso lo sparatore, compiendo una rotazione innaturale e impossibile del polso, ma di grande efficacia spettacolare. L’originalità del film consiste nel passaggio dalle rappresentazioni del disturbo mentale come patologia a quello della risorsa come ricerca personale. Dall’isteria come caricatura (vedi l’inizio del film) all’isteria, come apertura alla psicoanalisi, come ci ha insegnato Freud.

Buona visione!

Renato Gerbaudo

 

1 Lezione del Forum FLaI su piattaforma video tenuta il 2 maggio 2020

2 Visibile integralmente su You Tube

Mostrandosi assai sensibile all’influsso di Sigmund Freud, Dalì con La persistenza della memoria riflette sulla relatività del tempo. Il suo scorrere è cupamente scandito dal moto cadenzato degli orologi, che pretendono di misurare oggettivamente questa dimensione; eppure, a giudizio di Dalì, questi strumenti tecnici sono messi in crisi dalla memoria umana, un dato né quantificabile né tangibile che è alla base della soggettività del tempo. Dalì realizzò La persistenza della memoria nel 1931 in sole due ore e in circostanze assai particolari. L’artista, infatti, afflitto da un’improvvisa emicrania, fu impossibilitato ad accompagnare la moglie Gala al cinema; costretto a casa, Dalì venne ispirato dall’«ipermollezza» del formaggio (Camembert) che stava consumando a tavola, che gli suggerì una riflessione di natura filosofica sullo scorrere del tempo. È lo stesso Dalì a narrarci la gestazione dell’opera in Vita segreta. (Wikipedia)