J. Lacan nel seminario I (pag. 351) dice:

“Se il transfert diventa troppo intenso, si produce un fenomeno critico, che evoca la resistenza, la resistenza nella forma più acuta, in cui la si può vedere manifestarsi, il silenzio… Bisogna dire che se quel momento arriva al tempo opportuno, il silenzio prende tutto il suo valore di silenzio, non è semplicemente negativo ma vale come al di là della parola. Certi momenti di silenzio nel transfert rappresentano la percezione più acuta della presenza dell’altro come tale”  

E’ interessante quel che accade, si chiede all’analizzante di poter dire attraverso il silenzio e all’analista di saper ascoltare cosa dice quel silenzio, potremmo dire che ci troviamo di fronte ad una “composizione in tempo reale”, un po’ come nell’improvvisazione jazzistica.

Molti jazzisti affermano, sostengono e teorizzano che l’improvvisazione è una scrittura, è una composizione che si scrive in tempo reale, l’improvvisazione è un’ “arte”, come l’interpretazione per Freud.

L’improvvisazione modifica il tema senza cancellarlo, o fa sorgere una melodia nuova a partire dal tema originario, preso a pre-testo: improvvisare è suonare una composizione non ancora scritta.

L’improvvisazione è ciò attraverso cui si riesce a dare forma a quanto è già lì, ma non si faceva dire, suonare, scrivere.

Il musicista Jazz è un musicista che si predispone ad accogliere a braccia aperte l’inatteso, come l’analista.

Per improvvisare – come per interpretare – ci vuole una formazione rigorosa, continua, permanente, c’è la necessità di saperne sempre di più, e la consapevolezza di non saperne mai abbastanza.

Va da sé che se si occupa la posizione di colui che sa, convinto di sapere, il silenzio non sarà di casa, non sarà mai ascoltato, visto che in questa logica nulla deve sfuggire, mentre noi, quando qualcosa sfugge e sorprende, lo consideriamo un momento fertile e costruttivo.

Ascoltare il silenzio che c’è in ciò che viene detto, porta ad ascoltare ciò che l’analizzante ha da dire quando dice che “non ha niente da dire”.

Il silenzio, nella musica come nella psicoanalisi, è fondamentale, apre all’attesa, al non detto, permettendo in questo modo di poter udire l’inudibile in musica e ascoltare l’indicibile in psicoanalisi; possiamo solo attendere e quindi custodire il silenzio, così come il tempo, fino a quando l’analizzante troverà il coraggio di rendere dicibile l’indicibile.

Oggi siamo presi dal vortice della velocità, non abbiamo mai tempo, siamo costretti al rumore, non riusciamo mai a stare soli con il silenzio, mentre, nel tempo dell’analisi, il silenzio come la ripetizione vanno rispettati.

L’immobilità della ripetizione è solo illusoria, dentro questa apparente immobilità si sviluppano cambiamenti che si faranno sentire e porteranno alla luce antiche eredità.

Possiamo considerare il silenzio, a pieno titolo, come materia sonora e analitica, si tratta di saper ascoltare e saperci essere.

Il percorso analitico e l’improvvisazione vanno da ciò che “non cessa di non scriversi” a ciò che non si può scrivere se non a posteriori, e solo allora si potrà leggere.

Per improvvisare bisogna aver soggettivato ed elaborato un numero consistente di conoscenze, che verranno a galla attraverso l’ascolto: cioè, si ascolta quello che l’altro ha da dire, lì, in quel momento, e non si pensa, non si teorizza, si compie un atto che sorprende; è là, in quell’imprevisto, che si incontra l’Altro.

K. Stockhausen per l’esecuzione di un suo pezzo, dal titolo “ES”, dà delle indicazioni a chi lo deve eseguire, delle indicazioni sorprendenti:

Non pensare a NIENTE

Aspetta fino a che tutto sia calmo in te

Quando avrai raggiunto ciò

Comincia a suonare

Appena cominci a pensare, fermati

E cerca di ritrovare

 Lo stato del NON PENSARE

Poi, continua a suonare

Miles Davis invece diceva questo:

“Non che non sapessi quello che volevo fare, ma sapevo che sarebbe emerso solo da un processo e non da qualche trucco pre-arrangiato.”

Paradossalmente anche lo “standard” nel jazz non è mai uguale, non può mai essere standardizzato, anzi lo standard viene destandardizzato: ogni musicista – come ogni analista – lo fa proprio e in questo modo risulta sempre unico, non è mai un replicante.

Come sosteneva Miles Davis, i rischi però ci sono sempre: ci sono anche per noi, anche per noi come insieme: il rischio è di prendere per buono qualche trucco pre-arrangiato, che ci porterebbe ad ascoltare suoni sempre uguali in un transfert massificato.

(a partire dall’intervento di Moreno Blascovich al convegno IF-EPFCL di Barcellona, 21.01.17, “Il sapere dello psicoanalista e il suo savoir faire“)