Nell’après-coup di quegli eventi, credo si possa dire che stava, se non esplodendo quantomeno serpeggiando, in quel luogo degli ultimi, un evento di pacificazione, un processo di incivilimento nel legame sociale. Non era un miracolo, ma un movimento leggibile alla luce del sapere che la psicoanalisi ci offre: alcuni, tra i cosiddetti “vuoti a perdere” stavano incontrando nell’Altro istituzionale un ascolto umanizzante, uno sguardo di riconoscimento, il tentativo di far posto, nella pratica dell’accoglienza, al desiderio dello psicoanalista, nella misura in cui esso rileva da un principio etico al tempo stesso minimo ed enorme, ossia la logica dell’uno per uno.

Cito le parole di Annalisa Davanzo, compagna di strada in quegli anni di lavoro:

sei come sei e come sei ti prendo, l’accoglienza non ha criteri ideologici o moralistici di esclusione, ma solo contingenti: se sei ubriaco, torna da sobrio..questo non si fonda su una logica umana da lazzaretto, qui c’è posto per te perché è il posto degli ultimi. No, l’accettazione degli infimi implica: in come sei c’è dell’altro, c’è un uomo. E’ questo in definitiva il valore del cittadino: uomo e non bestia. Per non stare a parlare vi dicono, eh! Sapesse quante ne ho passate… invece di dire “immagino” rispondo “non lo so, me lo dica”. Se uno attacca il ritornello “vorrei un lavoro, una casa, una famiglia” rispetto può voler dire chiedergli cosa ne ha fatto di quelli che aveva. Il modo di chiedere è importante: l’interesse attribuisce all’altro non una colpa, ma una competenza, la sua vita lo fa depositario di un sapere. Meno l’interlocutore si pone come quello che sa, quanto più si pone come tramite di un principio di diritto… tanto più alle sue spalle l’inquadratura si apre sull’orizzonte che è il luogo dell’Altro, dell’insieme. L’Altro abita lì, all’orizzonte che ci comprende tutti..è uno spazio dove si respira”

Allora la scommessa era per tutti – ospiti ed operatori –poter respirare un po’ meglio.