Sol Aparicio propone al II Convegno FLaI di Trieste una relazione dal titolo «Violenza o parola. Un’introduzione alla questione».

In effetti, rileggendo la citazione di Lacan posta in esergo al Convegno, vi è tratteggiata una sorta di esclusione, di disgiunzione tra parola e violenza, vi si dice che ove vi è parola non si è nel dominio della violenza «Non sappiamo forse che ai confini dove la parola si dimette, inizia il dominio della violenza, e che questa vi regna già, anche senza che ve la si provochi?» (Introduzione al commento di J. Hyppolite, Scritti, p. 367). Come intendere questa frase, giacché è evidente che il campo dell’umano – in quanto parlante – non  esclude affatto di per sé la violenza?

Infatti, nella vita quotidiana degli umani che parlano, non si è, per il fatto che parlano, al riparo da forme di aggressività e violenza, non ultima la guerra. E se si pensa, nella clinica, al Super-Io, certo si rileva anche lì una certa forma di violenza. Lo stesso si può notare nelle condizioni psicotiche: per la psicosi, non c’è, lì nella parola che arriva al soggetto, qualcosa che (spesso) include una dimensione non arginabile di godimento dell’Altro, di violenza? 

In effetti, Lacan ci dice che la violenza “vi regna già”, è lì, nel campo dell’umano, delle sue parole e dei suoi legami. C’è anche quindi un’inclusione tra parola e violenza? E che ne è di tutto questo nel discorso analitico, nella pratica analitica?

Esiste infatti una dimensione della parola, che è quella propria al discorso analitico, in cui essa risuona entro confini e a condizioni ben precise. Lì, la parola esce dalla via speculare da ego a ego, per avventurarsi in ciò che si dice, in ciò che parla, in quanto inconscio. Che parola è quella del discorso analitico? E quale il suo potere di trattare, eventualmente, la violenza?

(Annalisa Bucciol)