Nell’austera cornice della Maison de la Chimie si è svolto a Parigi nel luglio scorso il primo incontro denominato “Convenzione” tra i diversi forum europei. L’iniziativa inaugura un appuntamento destinato a rinnovarsi ogni due anni quale “contrappunto” continentale (analogo a quanto già avviene da tempo nelle Americhe) al Rendez-Vous internazionale che si tiene alternativamente sulle due sponde dell’Atlantico negli “anni pari”.

Il tema proposto nella circostanza ha portato i differenti relatori – tra i quali anche due AME del nostro gruppo, Patrizia Gilli e Moreno Blascovich – a interrogarsi sulla nozione di esilio che il titolo generale (“Le dire des exils”) evoca oggi per lo psicoanalista.

Trattato da diversi angoli prospettici, nell’attualità dei flussi migratori di cui sono piene le cronache dell’oggi, degli echi traumatici dello sradicamento che implicano – come abbiamo potuto udire anche nelle testimonianze di alcuni colleghi protagonisti in prima persona di esperienze di questa natura – della loro problematica accoglienza in un occidente in difficoltà a misurarsi con il perturbante che il diverso (proprio perché “troppo famigliare”) porta con sé, quello di esilio è stato anche lavorato in quanto paradigma del rapporto del soggetto con la struttura.

In tal senso la psicoanalisi stessa tradisce una costitutiva natura extraterritoriale che ne fa da sempre – e per sempre – un esule dei discorsi dominanti, in quanto conduce inevitabilmente a uscire dal “dentro” rassicurante in cui l’individuo si trincera difensivamente per confrontarlo con un “fuori” che lo spaventa ma la cui cifra rappresenta l’essenza stessa della sua umanità. Esilio strutturale, perdita del soggetto necessaria a mettere in moto il singolare processo di ritrovamento che Freud indicava nel Wo Es war soll Ich werden, ripreso, come sappiamo, più volte da Lacan.

Oltre la frontiera dell’Io – entro il cui perimetro nasce e cresce il nostro desiderio di proprietà, di contrapposizione con l’altro che maschera il rapporto con l’Altro – oltre ogni pretesa identitaria l’esperienza della cura analitica consente il “ritorno a casa” avendo assunto in pieno il destino di esule della struttura, esilio in cui ognuno è appunto chiamato a ritrovarsi.

La terza giornata di questo appuntamento parigino è stata invece l’occasione per ribadire la centralità del dispositivo del cartello nell’Istituzione analitica. Che sia nella forma del piccolo gruppo di lavoro attorno a un tema o in quello operativo a partire dalla discussione provocata dalle testimonianze di passe, il cartello va considerato come il modo più diretto per ciascuno di fare esperienza di quel legame fra psicoanalisti che chiamiamo Scuola, di fare spazio a un sapere declinabile solo a partire da una produzione singolare.

 

Graziano Senzolo