Un inedito confronto tra tutti coloro che si occupano di autismo da diverse posizioni: quella di genitori di autistici, di insegnanti e di psicoanalisti dell’EPFCL che lavorano con questi soggetti. Questo è stato il senso e la scommessa delle  Giornate sull’autismo / gli autismi organizzate dall’EPFCL Pole 9 e dalla Rete Psicoanalisi e Istituzioni – RIP il 18 19 maggio 2019 a Le Havre (Francia) 

Ciò è stato reso possibile e fruttuoso grazie alla condivisione  di esperienze da parte di tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di farsi insegnare qualcosa da un autistico, quale che sia la loro posizione e funzione. Abbiamo condiviso un “saperci fare” costruito non attraverso la teoria o  un’ideologia, ma piuttosto a partire dai fallimenti, dai problemi legati all’incontro e dalle difficoltà a stabilire legami con i soggetti autistici. L’elaborazione teorica è arrivata di conseguenza, come conoscenza costruita insieme alla fine di ogni sequenza.

Queste giornate si sono svolte in tre sequenze:

1. Il soggetto autistico, il corpo, la lingua e la famiglia:

Diversi genitori e insegnanti hanno evidenziato le difficoltà dei bambini autistici in relazione all’investimento sul loro corpo, sulle loro parole e  sul loro posto nella famiglia. Gli psicoanalisti distinguono tra linguaggio e parola, si interessano alle loro storie e in questa sequenza hanno raccontato del loro primo incontro con bambini con autismo e del desiderio di lavorare con loro. Durante la discussione i partecipanti hanno posto la seguente domanda: quali sono le modalità di presenza che ciascun soggetto accetta? A partire da ciò, quali modalità di intervento diventano possibili? Il bambino autistico si confronta, come qualsiasi soggetto, con la necessità di ricorrere all’Altro, da cui dipende la sua sopravvivenza biologica e psichica. I genitori hanno testimoniato della loro angoscia di giovani padri o madri che non sanno come rispondere senza essere intrusivi o invadenti. Quale accesso alla lingua è possibile? “Cosa intendi”? Come affrontare questo problema che riguarda tutti i membri della famiglia?

2. Il soggetto e il legame sociale:

Durante questa sessione ci siamo posti la questione dell’inclusione scolastica. Tutti i soggetti autistici sono fuori dal legame sociale? Genitori, educatori e curanti si confrontano con questa questione. La risposta dell’Altro sociale può essere un’ingiunzione, a partire dallo stesso significante “inclusione”. Insegnanti e tutori testimoniano i limiti dell’inclusione scolastica. Gli adulti che lavorano con soggetti autistici si sono interrogati circa la relazione di questi soggetti con il mondo e sulle modalità di presenza che ciascuno di essi sviluppa nel suo lavoro per rendere  loro possibile l’accesso al legame sociale. Ogni soggetto avanza al proprio ritmo, nella misura in cui accetta di far parte del collettivo. Sia la scuola che l’istituzione di cura sono luoghi in cui i soggetti autistici avanzano uno per uno, nel percorso verso l’accettazione della presenza degli altri.

Al momento della discussione, è stata posta la seguente domanda:

Perché un tempo alcuni psicoanalisti hanno fatto sentire in colpa le madri di bambini con autismo?” Questo errore di valutazione si è basato su un dato di realtà: il bambino nasce dal corpo della madre e questa affiliazione “carnale” è parsa sufficiente per accusare quest’ultima di responsabilità riguardo al figlio. Molti psicoanalisti condividevano questo pregiudizio, tanto pregnante da coprire un fantasma, infatti il senso di colpa è strutturale e opera nelle madri non appena si sentono preoccupate per il benessere del loro bambino. Questo vissuto di colpa aumenta notevolmente quando il bambino ha dei problemi, e viene proiettato sull’analista quando non si dimostra in grado di alleviarlo. (Nel dibattito che ne è seguito in rete, la collega psicoanalista Martine Fourré ha sottolineato come, nell’analizzare le ragioni per cui la psicoanalisi introduceva la questione della colpa della madre del bambino autistico, bisogna ricordare anche come ci si trovasse agli inizi della psicoanalisi, periodo in cui essa fu intesa, nella società del tempo – “al servizio della scienza”  e spesso utilizzata come un sapere sull’altro oggettivato, anziché come mezzo di accesso ad un sapere su se stesso, cosa a cui la psicoanalisi di fatto si riduce. La riflessione scaturita da queste giornate, in particolare dalle conclusioni che situano il lavoro analitico con gli autistici come spazio necessario e inevitabile di incontro e condivisione di differenze, è un modo di iniziare a produrre una presenza ed un’etica della psicoanalisi nella società, un sapere su di sé che non va da sé.)

3. I soggetti autistici ci insegnano

In questa sessione è emerso quanto sia necessario riconoscere le loro invenzioni, perché può permettere una loro apertura al legame sociale e far nascere una relazione terapeutica.

Questo incontro ha permesso di far emergere l’idea che il lavoro con gli autistici è necessariamente un lavoro “à plusieurs”, multidisciplinare. È a partire dall’incrocio di sguardi fra tutti coloro che intervengono nel lavoro, che possiamo procedere con ogni soggetto e ogni famiglia.

(Jean Pierre Drapier – RIP ; tr. it. a cura di Paola Grifo http://Www.forumlacan.it)