Rete Bambini e Psicoanalisi – Giornata REP (Reseau Enfant et Psychanalyse)

“La donna il cui peccato fu la maternità”, sono le parole che compaiono all’inizio del film “Il monello” di Charlie Chaplin, da cui abbiamo tratto l’immagine per rappresentare la giornata di studio sulla clinica dell’infanzia e dell’adolescenza svoltasi a Mestre il 19 Ottobre 2109. Una donna sola, che decide di abbandonare il figlio in una macchina che poi verrà rubata. Dei ladri improvvisati che si trovano inaspettatamente con un neonato tra le braccia, una scena tragi-comica. E poi il bambino che viene rimpallato dalla macchina al marciapiede, dal marciapiede alla carrozzina, dalla carrozzina alle braccia dell’uno e dell’altro. Nessuno lo vuole. Finchè Chaplin non trova un biglietto della madre con scritto: “Per favore, amore e cura per questo bambino orfano”: da quel momento egli dice sì al suo essere padre. 

In principio era il verbo, leggiamo sulle Sacre Scritture. In principio era il verbo anche in questa scena tra Chaplin e il piccolo orfano, il verbo dell’Altro materno, pre-esistente a quell’incontro, che dà inizio alla storia tra i due. Le parole della madre introducono un principio di legame. Il significante della madre che entra qui, come un’istanza terza, fa esistere il padre e con esso il legame tra i due. 

Nell’immagine scelta per questa giornata di studio, invece, il terzo non è più il significante della madre bensì la guardia, il rappresentante della legge. La guardia che introduce il principio separatore, tanto che ad un certo punto del film il bambino viene realmente allontanato per essere portato in orfanotrofio. Ed è proprio questo rappresentante della legge che, alla fine, re-istituisce il legame tra i due. 

Madre, padre, principio di legame, principio di separazione, rappresentante della legge, funzione della legge o funzione paterna, è all’interno di un campo costellato da questi significanti che si è aperta una piacevole dimensione di discussione e di confronto.

Perché questa giornata di studio? E da dove arriva questo titolo “Funzione paterna…cercasi”?  Lavorando sia nelle istituzioni, come per esempio la scuola, sia nei nostri studi privati, osserviamo e ascoltiamo dinamiche che non fanno più tanta eccezione, non costituiscono più il singolo episodio o il caso isolato, ma ci sembrano assumere la caratteristica di scenari sempre più spesso ripetuti:

  • da un lato bambini che sviluppano i sintomi più disparati – fobie scolastiche, disturbi dell’apprendimento, disturbi della condotta… – per dire ancora una volta quanto sia faticosa per il bambino la separazione dalla madre, quanto la vorrebbe evitare, ma anche, e ciò dà ragione del crearsi del sintomo, anche quanto la desideri…
  • e, dall’altro lato, insegnanti disorientati e forse anche un po’ stanchi, che cedono sul loro desiderio di insegnare lasciandosi piano piano sedurre da questi bambini, che – sventolando i loro sintomi – evitano di attraversare quello che Martine Menés definirebbe un trauma benefico.

Accade sempre più spesso che l’insegnamento venga subordinato a valutazioni cognitive, psicologiche, logopediche che legittimano i bambini a tornare a casa, oppure le madri a restare a scuola a fianco ai figli, o più frequentemente, gli insegnanti a prendere loro stessi le sembianze e le funzioni della madre.

Nel suo testo, “Il bambino e il sapere” Martine Menés scrive: “nella scuola materna, alcuni bambini hanno ancora bisogno della presenza costante dell’adulto per sostenerli e accompagnarli. Il primo lavoro da fare con loro è quindi quello di aiutarli a sopportare la separazione e la solitudine, affinché raggiungano un’autonomia sufficiente che gli permetterà di diventare degli alunni.” Possiamo quindi affermare che anche la scuola, come il padre, svolge una funzione separatoria, del resto lo stesso Freud in “Prefazione a ‘Gioventù traviata’ di August Aichhorn” ci ricorda che la funzione paterna non è vincolata alla figura del padre e che essa –per fortuna- può essere svolta anche da altre figure o istanze che occupano il posto del terzo nel romanzo familiare. Egli riconosce ai suoi “amici pedagogisti” il diritto di rivendicare al loro lavoro un alto valore sociale purchè siano disposti a sottoporsi ad un’analisi personale. Cito: “L’educatore deve acquisire una cultura psicoanalitica, in assenza della quale l’oggetto della sua ricerca, il bambino, rimane un enigma inattingibile. Il modo migliore per acquisire questa formazione è sottoporsi personalmente a un’analisi, viverla sulla propria pelle.

Sull’onda della preoccupazione per questo andamento diffuso del sintomo infantile, abbiamo dunque cominciato ad interrogarci, poi a discuterne in modo un po’ più approfondito allo Spazio REP (appuntamento mensile in cui discutiamo casi clinici e situazioni che hanno a che fare con la psicoanalisi infantile e adolescenziale). E sulla scia di questi scenari, degli interrogativi e delle riflessioni che essi hanno suscitato si è dato inizio ad una ricca giornata di lavori sulla psicoanalisi con l’infanzia e l’adolescenza.

A seguire, nel pomeriggio, nella vicina libreria “Il libro con gli stivali” è stato presentato il testo sopracitato di Martine Menés, “Il bambino e il sapere”. Una miniera, contenuta in poco più di 200 pagine, non solo per professionisti che lavorano nel campo “psi”, ma anche per educatori, operatori sociali, insegnanti e genitori, insomma, per tutti coloro che – come direbbe Freud – svolgono uno di questi “mestieri impossibili”.

Hanno discusso con l’autrice, con profondo senso etico e al contempo piacevole leggerezza, Annalisa Bucciol e Mario Colucci, psicoanalisti EPFCL e Giovanni Labita, insegnante di Scuola primaria a Padova.  

(Michela Sivieri)

 

Mestre, 19/10/2019